|
L’esperienza
di Uzza
Uzza, figlio di
Abinadab, apparteneva alla famiglia dei Leviti, tribù d’Israele
addetta alla custodia, alla cura ed al trasporto del Tabernacolo e
degli arredi.
La sua casa
ospitò l’Arca dell’Eterno per oltre 20 anni (I Sam. 7:1,2).
L’Arca era un
contenitore dalle dimensioni rettangolari, di legno d’acacia, il cui
coperchio, chiamato propiziatorio, era sormontato da due angeli. (Es.
25:10-22; 37:1-9)
Essa è il simbolo della presenza di Dio nel cuore di coloro che si
sono accostati a Lui per mezzo dell’opera di Gesù e del Suo sacrificio
attraverso cui veniamo accettati dal Padre (Rom. 3:25; I Giov. 2:2).
In breve, il
contenuto dell’arca illustra tipologicamente quello che Gesù è per
tutti noi (Ebr. 9:3,4): le tavole della Legge ci ricordano che Gesù è
la Parola di Dio, vita e luce degli uomini; il vaso contenente la
manna ci insegna che Gesù è il pane della vita, mentre la verga di
mandorlo che aveva fiorito indica in Gesù la resurrezione e la vita.
Uzza è la figura
di quei numerosi giovani nati in una famiglia di credenti, che
crescono “all’ombra” della testimonianza cristiana, che conoscono la
volontà di Dio e la Sua Parola, che però non sanno fare delle scelte
nel pieno rispetto della volontà di Dio espressa nella Parola.
Uzza crebbe per
tanti anni “all’ombra” di questa presenza così importante, e morì in
presenza della stessa a causa del suo comportamento superficiale (II
Sam. 6:7).
Il suo
comportamento ci permetterà di rispondere ad alcune inevitabili
domande: quali furono i suoi errori?; cosa determinò la sua morte?; fu
un giudizio esagerato da parte di Dio?
1.
LA CONOSCENZA CHE CEDE AL CONFORMISMO
(Rom. 12:1,2)
Uzza si impegna
in un’attività lodevole: riportare l’arca dell’Eterno nel luogo
destinatole, affinché fosse il nucleo attorno al quale tutto il popolo
potesse offrire il culto a Dio.
Ma viene proposta un’idea che in un primo momento sembrava vantaggiosa
e che tutti sembrano approvare: l’uso di un carro per trasportare
l’arca.
Un carro nuovo era stato già usato dai Filistei (I Sam. 6:7,8):
sembrava una buona idea anche in quell’occasione, tanto da essere
adottata in quell’occasione, ma non corrispondeva alla volontà di Dio.
Infatti l’uso di un carro, trainato da un solo bue, era previsto nel
trasporto di alcune parti del tabernacolo, ma non in relazione al
trasporto dell’Arca e degli oggetti sacri, che dovevano essere portati
a spalla (Num. 7:1-9).
Quante tendenze moderne, approvate spesso dalla massa, in relazione al
modo in cui servire Dio, pregare, adorare: ma rispecchiano la precisa
volontà di Dio?
Quanti “offerte speciali” con relativi “sconti” ci vengono proposti:
le ultime eresie di moda, che prevedono la salvezza senza
ravvedimento, le guarigioni senza fede nel Signore Gesù, i battesimi
nello Spirito Santo senza l’evidenza del parlare in altre lingue, una
vita cristiana senza santificazione; le varie forme di apostasia: dal
New Age (Nuova Era), miscuglio di filosofie e religioni orientali, che
insegnano che nell’uomo v’è il potenziale divino per risolvere i
propri problemi e raggiungere le mete prefissate, al più diffuso
ecumenismo, per cui si scende a palesi compromessi nei confronti della
dottrina e dell’etica biblica.
Non dimentichiamo che l’empietà nelle cose spirituali è uno dei segni
della fine dei tempi (Giuda 18).
Oltre a ciò vanno sempre più diffondendosi le pretese nuove forme di
culto, nelle quali viene data eccessiva enfasi alla musica ed al
canto, dimenticando la centralità della parola di Dio, lasciando così
ampio spazio a pratiche definite “spirituali”, ma che non trovano
alcun fondamento biblico, ed anzi danneggiano l’unità e la sana
crescita della Chiesa.
Il “modello” previsto dalla parola di Dio per il credente (Rom. 12:2)
è unico: una sola fede, quella che “è stata una volta per sempre
tramandata ai santi” (Giuda 3); un solo nome attraverso cui possiamo
avere la salvezza (Atti 4:10,12); una sola verità (Efes. 4:4-6).
2.
LA CONOSCENZA CHE CEDE ALLA SUPERFICIALITA’(Giac.
4:17)
Uzza conosceva
senz’altro le direttive di Dio relative al trattamento dell’arca, ed
ecco perché il giudizio di Dio nei suoi confronti fu tremendo (Num.
4:5,15,18-20).
Non ci viene
detto il motivo per cui egli stese la sua mano, ma possiamo fare
alcune riflessioni che ci permettono di comprendere il motivo che,
troppo spesso, spinge i credenti ad agire in aperta violazione ai
principi della Parola di Dio.
Uzza è il
classico esempio del credente che fin da piccolo cresce in un ambiente
cristiano, e che raggruppa i tanti giovani che, figli di credenti,
frequentano fin da piccoli le Scuole Domenicali, per passare poi ai
vari “campeggi”, quindi ai raduni giovanili, e prendono parte a gran
parte delle attività delle nostre chiese.
Tanti di essi
hanno la conoscenza che deriva dall’insegnamento ricevuto, ma, come
Uzza, tale conoscenza non si trasforma in pratica della parola di Dio
(cfr. Luca 12:47; Rom. 2:12; Ebr. 1:1,2).
Come Uzza, tanti
credenti, e non solo giovani, hanno conoscenza, ma trascurano una così
grande salvezza … (Ebr. 2:3).
Altri ancora,
come Uzza, hanno conoscenza, ma soffrono di amnesia spirituale, e
“dimenticano” ciò che il Signore ha appena comunicato loro tramite il
messaggio della parola (Giac. 1:22-25).
3.
LA CONOSCENZA CHE CEDE ALL’EMPIETA’
(II Sam. 6:7)
Come è possibile
ritenere empio il comportamento di un uomo che sta collaborando
nell’opera del Signore? Perché fu “empio” il comportamento di Uzza?
La sua esperienza
conferma il principio biblico tracciato dalla parola di Dio e
riportato in
Giacomo 4:17,
secondo cui il peccato non è solo commettere il male, ma anche non
fare il bene che siamo chiamati a compiere: Chi dunque sa fare il bene
e non lo fa, commette peccato.
Quale fu
l‘empietà commessa e così duramente giudicata dal Signore?
Uzza agì con
l’orgoglio proprio di chi, ritenendo il proprio punto di vista più
importante delle disposizioni contenute nella Parola, sottovaluta le
disposizioni di Dio (Numeri 4:15-18)..
Ogni volta che
commettiamo questo tragico errore andiamo incontro a situazioni di
estremo pericolo per la nostra incolumità spirituale.
Uzza agì inoltre
basandosi sulle proprie forze (Deut. 8:11-18; Sal. 84:5).
Il nome Uzza
infatti significa “forza”, e ben si addice ad un uomo che pensò di
agire indipendentemente dall’aiuto di Dio, usando la propria forza per
“sostenere” l’arca, senza preoccuparsi di dipendere totalmente da Dio.
Troppe volte
questo atteggiamento ci riguarda da vicino: tutte quelle volte in cui
vorremmo “aiutare” Dio a risolvere i problemi della nostra vita.
Inutile dire che
ogni volta il nostro tentativo diventa vano! Dio non ha bisogno
dell’aiuto di nessuno.
Egli è potente da
risolvere ogni situazione senza il meschino aiuto che vorremmo dare.
Infine, Uzza agì
lasciandosi coinvolgere in un’attività che dio non approvava senza
preoccuparsi delle “regole stabilite” (I Cr. 15:13).
Forse considerò
superate o inadeguate le leggi e le disposizioni di Dio, e pensò fosse
venuto il momento di adottare “tecniche” moderne.
Un tale
atteggiamento ci porta alle orecchie alcune frasi che così spesso ci
vengono rivolte: la fede è qualcosa di preistorico, regole antiche e
retaggio di una mentalità ormai sorpassata; bisogna modernizzare la
chiesa e le sue attività; il messaggio deve essere adattato ai nuovi
interlocutori ...
Siamo grati a Dio perché la Sua parola per sempre … è stabile nei
cieli (Sal. 119:89).
Ancora oggi, come
ai tempi di Uzza la Parola è un valido mezzo per il giovane che vuole
vivere godendo la benedizione di Dio:
Come potrà il giovane render pura la sua via? Badando a essa mediante
la tua parola (Sal. 119:9).
Uzza agì con
buone intenzioni, ma queste non bastarono a produrre la benedizione di
Dio, perché non furono accompagnate dalla sottomissione alla volontà
di Dio.
Il modo corretto
in cui Uzza avrebbe dovuto agire ci viene raccontato in II Samuele
6:12-19 ed in I Cronache 15:1-28.
Solo il
successivo ritorno alle regole stabilite (I Cr. 15:13) permise a
Davide di comprendere la natura dell’errore commesso, di agire in modo
corretto, godendo la completa approvazione del Signore. |